9 Gennaio.
A me piace il caffellatte. La mattina presto me lo sorseggio mentre guardo dalla finestra della cucina il cortile dove dorme la mia bici. Guardo il cielo, apro la finestra e annuso l'aria. Queste sono le mie previsioni del tempo. Vengo dal mare, mi fido dei miei occhi, della mia pelle e del mio nasone. E quasi sempre ci azzecco. Tranne quella volta in estate, quando non mi accorsi di un temporale in arrivo e innaffiai abbondantemente le piante che abitano i miei balconi. Posai l'innaffiatoio e partirono i tuoni. Le mie donne ridono ancora. Lupo di mare spelato. Capita. Poi il caffellatte mi piace perchè mi ricorda la mia infanzia e la vecchia auto di mio padre, una Prinz NSU 4 color caffellatte pallido, a quei tempi una astronave per me. Mi ricordo anche la Prinz verde petrolio (ma il petrolio è verde?) che portava sfiga al liceo. Accanto al mio liceo c'era un convento di suore, non ricordo (se mai l'ho saputo) di che ordine, congregazione o squadra, ma ricordo che avevano questi lunghi veli scuri e il viso incorniciato di bianco. Anche le suore non portavano bene. La Prinz verde era loro e noi la vedevamo passare davanti al portone del liceo imbottita di veli scuri e anime candide. Pessimo presagio nei giorni di compito in classe di matematica o latino. Mi sono sempre chiesto se ce ne fossero ancora in giro. Di Prinz intendo, non di suore. Sono anni che non ne vedo una. Sino a ieri mattina alle sette. Ero fermo ad un semaforo in sella alla mia bici nera. Con una mano mi sono appoggiato all'asta del semaforo e mi guardavo intorno: accanto a me due vecchiette sottobraccio. Guardo meglio con la coda dell'occhio e mi accorgo che sono madre e figlia, una di ottanta anni, l'altra una ragazzina di sessanta, stesso cappotto color pastello indefinito, stessa altezza, stesso viso, rughe diverse. Dalla parte opposta arriva un geometra che conosco, borsa scura e sciarpa rossa intorno al collo. Gli si affianca una ragazzina di quindici, sedici anni che fuma una sigaretta nell'aria gelida. La sigaretta ritmicamente si avvicina e si allontana da una fessura del suo giubbotto bianco dove intuisco ci sia la bocca. Vedo il disgusto affiorare sulla faccia del geometra. Non so se dipenda dal fumo della sigaretta o dal fatto che la fumi una ragazzina o che la fumi alle sette del mattino. Per non sbagliare a me darebbero fastidio tutte e tre le opzioni. Restiamo lì,sospesi, in attesa per venti, trenta secondi poi, tra me e il geometra con ragazzina fumante, si insinua lenta e rumorosa una macchia, una macchia color caffellatte. La seguo con gli occhi verso sinistra e guardo la targa vecchia, nera con lettere bianche per la provincia e numeri bianchi un pò sbiaditi: 13, 23, 53 e mi ricordo improvvisamente che, guardando le targhe delle auto, io bambino, avevo imparato numeri e lettere e mi accorgo che quella macchia caffèllatte è una Prinz. E' una Prinz?! Non ci credo. Resto fermo appoggiato al semaforo e non ci credo, anche se la vedo allontanarsi lentamente e rumorosamente. E' una Prinz caffellatte come quella di mio padre.
Scatta il verde per pedoni e ciclisti. Mentre attraverso guardo in lontananza la scia bianca che lascia la Prinz, troppa scia, troppo bianca. "Buongiorno!" . E' il geometra che mi incrocia in mezzo al guado. "Giorno" rispondo in automatico, ma negli occhi ho solo lei, l'auto caffellatte. Deciso, la seguo, è lenta, voglio vedere chi la guida. Decisione irrazionale. Decisione vera. La mia bici mi asseconda atleticamentte e scarta a sinistra come un vero puledro e in cinque secondi mi ritrovo sulla scia della Prinz senza che nessuna auto mi abbia tritato. La Prinz avanza lenta, scommetto con me stesso che la raggiungerò in due minuti scarsi. Allora una voce adulta mi rimprovera dentro."Cretino, non è l'auto di tuo padre, non la guida tuo padre, tuo padre è morto, cretino! Cosa ti aspetti di trovare un suo sosia con la faccia da ebreo errante? O pensi che ti appaia per darti i numeri vinnceti? Cretino masochista!". Rallento la pedalata. Poi il bambino che vive in me se ne frega e riaccellera. Papà mi manca. Non come un padre manca ad un figlio, ma come un figlio manca ad un padre. Ricordo uno degli ultimi saluti, un abbraccio. Il gigante dei miei anni sotto il metro era diventato un uomo piccolo, mentre io crescevo con il torace e le braccia, e a volte la testa, di un gorilla, regalo del DNA della famiglia materna. L'uomo, le cui braccia mi circondavano una volta, era, infine, nel recinto delle mie, indifeso e fiero. Ora inseguivo una Prinz sperando di vedere un viso come il suo. Sono follie che si possono compiere impunemente solo alle sette del mattino, mentre il mondo è distratto o corre o sta ancora dormendo. La Prinz era a 50 metri davanti a me, ma io vedevo chiaramente solo la scia bianca che lasciava. Dopo qualche secondo la scia bianca si è spostata a sinistra e si è fermata improvvisamente accanto al marciapiede. Io mi sono accostato a una ventina di metri di distanza, appoggiato al tronco di un ippocastano ad osservare la scena sentendomi, per l'ennesima volta, stupido. Vedo un giubbotto fucsia uscire dall'auto. Nel giubbotto vedo un ragazzino basso di statura, dai capelli nerissimi e lucidi e dalla pelle olivastra. Vedo le sue braccia alzarsi verso il cielo a chiedere aiuto, lo vedo parlare con qualche dio o insultarlo. Si appoggia al tettuccio caffellatte dell'auto con le braccia e il suo viso sparisce tra due nuvole fucsia. Smonto dalla bici e mi avvicino lento. Il motore dell'auto è spento. Il ragazzino si riprende e cerca di aprire il cofano dell'auto. Quello anteriore. Peccato che la Prinz abbia il motore posteriore. Raffreddato ad aria. Quasi indistruttibile. Mio padre ci viaggiava in mezz'Italia. Diceva che i tedeschi avevano riutilizzato i motori delle autoblindo della Seconda Guerra Monondiale per le Prinz. Io lo guardavo con occhi sgranati e pensavo di essere uno dei miei soldatini di plastica in scala HO dentro un carrarmato...
Anche allora esistevano le leggende metropolitane, fatto sta che non ricordo di aver mai visto la mia Prinz in panne. Ora ne vedevo una con un ragazzino disperato accanto. Lo vedo che guarda sconcertato il cofano vuoto. Mi avvicino. "Guarda che il motore è dietro...".
Mi guarda. Non è un ragazzino, è un uomo tra i trenta e i quaranta con dei baffetti radi. Mi sorride imbarazzato e vedo che gli manca un incisivo. E' uno di quelli che si vedono nei ristoranti dietro un mazzo di rose rigide, tutti più o meno simili, stesso sorriso, stesso colore, stessi capelli, forse stesse rose. L'uomo con i baffetti si sposta rapido nella parte posteriore dell'auto, armeggia qualche secondo con il cofano del vano motore che non riesce ad aprire. Io appoggio la mia bici ad un palo e lo aiuto. Apriamo insieme il cofano e una nuvola di vapore bianco ci investe. Il motore è una massa scura e puzzolente di olio. Vedo i cavi della batteria, li vedo entrare nel blocco motore, ma non capisco niente altro, e non sono il solo. L'uomo con i baffetti si è portato le mani alle guance in segno di disperazione. Ha dita tozze e unghia molto lunghe e giallastre.
"Come faccio adesso...come faccio?"
Gli è uscita una voce cantilenante e un pò gutturale, una voce da sconfitto.
Non so perchè glielo chiedo. "Cosa devi fare?"
Gli do del tu proprio io che sono allergico al tu. Mi è rimasta negli occhi la prima impressione di un ragazzino in difficoltà. Mento a me stesso. La verità è che mi sento superiore ed accondiscendente. E non provo neanche a correggermi.
Lui mi guarda come se mi vedesse per la prima volta. Anche la sclera dei suoi occhi è giallastra.
"La macchina non è mia...vengo da Pavia...devo andare in un ristorante per lavorare ...qui a Novara...in un ristorante...alle sette e mezza...comincio oggi...la macchina è del Signor Alberto...il mio padrone di casa...me l'ha prestata..."
Ha pronunciato il nome del suo padrone di casa con affetto, il resto con disperazione.
"Dov'è il ristorante?"
Mi guarda con un misto di sospetto e speranza, una parte del suo cuore crede nei miracoli.
Mi dice il nome del ristorante. E' appena fuori Novara, dalla parte opposta della città però. A quest'ora ci si arriva in venti minuti con l'auto. A piedi in un'ora, un'ora e mezza.
Lo guardo e glielo chiedo senza rendermene conto:"Sai andare in bici?"
Il suo sguardo è stupito, ma forse comincia a capire. "Si, si...".
Tiro fuori dalla tasca del cappotto il mio mazzo di chiavi e comincio a sfilare la chiave del catenaccio della mia bici. Gliela allungo e tiro fuori il mio portafogli da cui estraggo, come un prestigiatore, il mio biglietto da visita.
"Qui c'è il numero del mio cellulare. Quella è la mia bici. Quando finisci di lavorare chiamami per riportarmi la bici ".
Non so neanche io perchè lo sto facendo. La bici non è come una moto o un'auto, non è un prolungamento del mio pene, un affermazione del mio io. E' solo una compagna, una estensione della mia anima, e come essa può essere graffiata, ammaccata, può arrugginire, può essere rubata, ma non essere distrutta. Alle sette di mattina la stavo prestando, la stavo mettendo nelle mani di un perfetto sconosciuto che poteva avermi raccontato solo un sacco di cazzate. L'auto potreva essere rubata e io sono troppo sentimentale: chi guida una Prinz deve essere per forza una brava persona, come mio padre. L'uomo con i baffetti prende la chiave e il biglietto, se li infila in tasca ed esita un attimo nel prendere la bici appoggiata al palo. La prendo io e abbasso il sellino.
"Prendi la prima a destra e alla rotonda prendi la seconda uscita, poi sempre dritto".
Lui mi guarda con il manubrio della mia bici tra le sue mani.
"E la macchina?"
"Conosco un meccanico che può darci una occhiata..."
Mi allunga lentamente la chiave dell'auto. La riconosco. E' una inconfondibile chiave da Prinz. La prendo con delicatezza, come se il metallo potesse spezzarsi o peggio sciogliersi nelle mie mani. Abbasso la chiave per metterla in tasca e dietro di essa mi appaiono gli occhi dell'uomo con i baffetti. Ci guardiamo dalle sponde opposte del mondo.
"Mi chiamo Amrit" mi dice. "Io Bartolomeo" gli rispondo. Mi sorride e inforca la bici. Le prime due pedalate sono incerte. Sento una fitta al cuore. Poi Amrit si sistema meglio sul sellino e parte spedito. Si volta un attimo e mi saluta con la mano.
Eccomi qui alle sette e dieci di una mattinata fredda con in tasca le chiavi dell'auto della mia infanzia e un vuoto tra le cosce. La mia bici mi manca già. Tiro fuori la chiave della Prinz, leggera come una piuma e la lancio in aria come una moneta. Nè testa, nè croce. Mi incammino cosi verso il mio meccanico di fiducia. In realta il mio meccanico di fiducia lavora per il padrone di un autorimessa. E' un meccanico bravo e abbastanza vecchio da ricordarsi come è fatta una Prinz. Il suo datore di lavoro è un altro simpatico meccanico, spesso fiscalmente neutro. Si fa pagare quasi sempre in contanti, odia carte di credito e bancomat. Sarà allergico alla plastica. Non a quella che sua moglie si è fatta impiantare sotto gli zigomi. Ma io non cerco lui, cerco il vecchio Giuliano.
Entro nel grande garage che puzza di olio per motori. Mi si fa incontro il titolare con una tuta grigia senza una macchia e l'espressione interrogativa. Chiedo di Giuliano. Senza parlare mi indica il fondo del garage. In uno stanzino puzzolente trovo Giuliano nella sua tuta blu, sporca di olio e di tutti i fluidi vitali di un'auto.
Sente i miei passi e alza la testa dal pezzo meccanico che stà smontando appoggiato ad un tavolaccio. Ho la luce alle spalle, non mi riconosce.
"Buongiorno Giuliano, come va?"
Riconosce la voce e mi sorride,. Siamo andati sempre d'accordo: è un uomo per bene e di buon senso e un eccellente meccanico, un gran lavoratore, anche perchè ha sempre fatto solo quella dall'età di tredici anni.
"Ah, dottore...buongiorno...e che le devo dire? Alla mia età...è già tanto se respiro... "
Vanità maschile. Vorrei invecchiare io come lui, è ancora lucido e forte come un toro anche se si avvicina ai settanta, non è un tipo da nipotini, che non ha, nè da molliche ai piccioni al parco.
"Senta Giuliano...ho questa auto con un problema, ferma qui vicino...". Estraggo la chiave dalla tasca e gliela allungo. Prima di afferrarla Giuliano si pulisce la mano sulla tuta, l'afferra e la osserva come se fosse un gioiello. "Ma è una Prinz! Ma come..."
"Una lunga storia Giuliano...mi ci può dare una occhiata?"
Il suo sguardo si illumina. "Subito dottore... subito...prendo gli attrezzi!". In venti secondi stiamo già uscendo dal garage a passo spedito. Il padrone del garage ci vede uscire e ci viene dietro.
"Giuliano! Giuliano! Dove vai?"
Giuliano non si volta nemmeno. "Ho da fare...".
Il meccanico con la tuta immacolata e i contanti in tasca resta sull'uscio del garage mentre noi giriamo l'angolo. Andiamo a trovare una vecchia signora malata. E' un atto di carità cristiana. Chi può criticarci?
Arriviamo all'auto in pochi minuti e lì perdo Giuliano. Appena vede la Prinz caffellatte sorride come se avesse visto una sua vecchia fiamma e improvvisamente capisco che il mio meccanico è completamente affascinato. Prende la chiave, apre la porta e prova a mettere in moto. Niente. Esce e da un'occhiata al motore. Vi immerge le mani come un chirurgo nell'addome di un malato. Scuote la testa, poi sorride, poi sbuffa, parla da solo, si lamenta con qualcuno di invisibile, poi sorride di nuovo...io lo osservo e ho continuato ad osservarlo in silenzio per un'ora, saltellando da un piede all'altro per riscaldarmi. Il mio cellulare ha squillato una decina di volte. Ho dovuto inventare dieci diverse balle coerenti. Molta fatica. Alla fine la Prinz è tornata in vita con un forte colpo di tosse. Giuliano sorrideva beato.
"Grazie Giuliano. Quanto le devo?"
"Niente dottore, niente...è stato un piacere..."
Sorrido anche adesso a ripensare alla sua faccia contenta e un pò malinconica. Sorrido e guardo fuori dalla finestra della mia cucina. La mia bici dorme sotto la tettoia, giù in cortile.
PietraLuce
Pensieri per un viaggio tra la Pietra e la Luce (poi ho scoperto che la pietraluce è un materiale per i sanitari...maktub, tutto è scritto!)
Friday, January 18, 2013
Prinz caffellatte
Monday, January 7, 2013
Eppure...
Si può sentirsi felici anche se non ci sono motivi per esserlo. Si può essere felici senza ragione. Ma è davvero necessaria una ragione per essere felici? Allacciate le cinture di sicurezza: sto per porre la domanda che tutti si aspettano a questo punto. Cos'è la felicità?
E chi se ne frega di rispondere?
Meglio chiedersi: sono felice? Ok, lo chiedo allo specchio: sei felice?
E perchè non dovrei esserlo? Respiro, mangio, dormo, faccio l'amore, vado in bici, bacio, scrivo, lavoro, guardo, vedo, cammino, salgo le scale due gradini alla volta, innaffio piante, dormo in un letto, mai da solo, sogno, guido l'auto,non fumo, passo sotto i rami degli alberi, mi rado e mi profumo, leggo, mi annoio, gioco, corro, mi sveglio presto, ascolto la musica, parlo, rido, sospiro, mi arrabbio, mi incazzo, urlo, dentro e fuori, spengo la tivu, accendo la tivu, mi siedo sul divano, mi sdraio sul divano, mi sollevo rapido dal divano, mi ricordo, mi dimentico, cerco il mio orologio per dieci minuti, ritrovo quello che pensavo di aver perso, perdo quello di cui non me ne frega niente, cambio piano tariffario al mio cellulare, aggiungo nomi in agenda, scrivo appunti, segno appuntamenti, cambio penna, guardo le previsioni del tempo, solo quelle serie, e le verifico la mattina presto, bevo caffè, sorseggio latte e caffè, faccio raffreddare una tisana, stringo mani, accarezzo guance, abbraccio, cambio camicia e anche le mutande, lavo i denti, annodo la cravatta, la riannodo, la cambio, svuoto le tasche, le riempio, non trovo le chiavi giuste, apro lento, chiudo veloce, pago conti, mando bonifici, apro lettere, chiudo finestre, sbadiglio, lascio che il mio cuore batta...perchè non dovrei essere felice? Perchè non dovrei ridere stamattina e anche stasera e anche domani? Perchè non dovrei giocare con le mie bambine ed imparare da loro e dal gatto giù in cortile? Perchè non dovrei fare come questa iena? Ah felicita' su quale treno della notte viaggerai
lo so che passerai ma come sempre in fretta non ti fermi mai...
Non è vero Lucio, e lo sai. Bentornati e buon 2013.
B
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Saturday, December 22, 2012
Madre teresa vs rat race
Ok, ok...il mondo non è finito, ma non è che scoppi di salute! Ho finito di girare per negozi (in realtà tre, gli uomini rispetto alle donne sono semplici e si innamorano facilmente) e quindi ho ufficialmnete chiuso gli acquisti natalizi. In mezzo all'orda serale che sciamava nel freddo alla ricerca di occasioni o sogni o simboli mi sono sentito un pò triste e deluso, perchè a vederla da fuori la nostra vita sembra proprio una rat race, una corsa da ratti dentro un labirinto, corriamo corriamo ma siamo sempre allo stesso punto. Allora ho pensato asd un qualcosa che ho imparato pochi giorni fa assistendo alla recita natalizia (molto bella, devo confessare) della mia primogenita (V elementare). Forse conoscete queste frasi, ma ve le ripropongo. Non commento. A me hanno scaldato un pò qualcosa di freddo che mi sono sentito sotto il cappotto, non so per voi, ma non fanno certo male. E poi, credo ci sia tanto da fare intorno a noi...
Buone feste amici ratti!!!
Con affetto da B., un vecchio ratto.
L'uomo è irragionevole, illogico, egocentrico.
Non importa, amalo!
Se fai il bene ti attribuiranno secondi fini egoistici.
Non importa, fai il bene!
Se realizzi i tuoi obiettivi troverai falsi amici e veri nemici.
Non importa, realizzali!
Il bene che fai verrà domani dimenticato.
Non importa, fai il bene!
L'onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile.
Non importa, sii franco e onesto.
Quello che per anni hai costruito può
essere distrutto in un attimo.
Non importa, costruisci.
Se aiuti la gente, se ne risentirà.
Non importa, aiutala.
Da al mondo il meglio di te e ti prenderanno a calci.
Non importa, dai il meglio di te!
Buone feste amici ratti!!!
Con affetto da B., un vecchio ratto.
Da una scritta sul muro di Shischu Bhavan la Casa dei bambini di Calcutta
L'uomo è irragionevole, illogico, egocentrico.
Non importa, amalo!
Se fai il bene ti attribuiranno secondi fini egoistici.
Non importa, fai il bene!
Se realizzi i tuoi obiettivi troverai falsi amici e veri nemici.
Non importa, realizzali!
Il bene che fai verrà domani dimenticato.
Non importa, fai il bene!
L'onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile.
Non importa, sii franco e onesto.
Quello che per anni hai costruito può
essere distrutto in un attimo.
Non importa, costruisci.
Se aiuti la gente, se ne risentirà.
Non importa, aiutala.
Da al mondo il meglio di te e ti prenderanno a calci.
Non importa, dai il meglio di te!
PS ricorda molto la poesia "Se" di Kipling che era un Massone...maktub, tutto è scritto!
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Madre Teresa di Calcutta,
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Friday, December 21, 2012
E voi ci siete?
Ciao,
ho controllato i parenti stretti. Ci sono tutti. Sto controllando gli amici con la scusa degli auguri. Ci sono quasi tutti, qualcuno non risponde, ma lo fa d'abitudine. I colleghi ci sono quasi tutti, alcuni per fortuna, altri purtroppo. E voi ci siete? Io si, anche perchè sto scrivendo quindi esisto (scribo ergo sum), ma potrei essere un programma senziente in grado di usare parole scelte in maniera casuale e creare un discorso di senso compiuto...o no? Poi a sentire i discorsi di alcuni personaggi in questi giorni mi sa che ci sono molti programmi senzienti che pescano a caso parole e cercano di comporre discorsi di senso compiuto, che però suonano metallici, come certe vecchie voci artificiali...
Che peccato...i Maya potevano essere più seri e selettivi: far sparire qualche simpaticone/a e lasciare in pace gli altri. Magari c'è qualche altra civiltà scomparsa che ha già pensato a questo, magari per il prossimo anno...magari hanno bisogno di suggerimenti...quasi quasi comincio a stilare una lista...anche voi, sopravvissuti al 21 dicembre? Scampato il pericolo ci si dovrebbe sentire migliori, purificati, forse più umani e buoni...mi sa che con me non ha funzionato...scusate torno alla lista. Auguri a tutti.
B
ho controllato i parenti stretti. Ci sono tutti. Sto controllando gli amici con la scusa degli auguri. Ci sono quasi tutti, qualcuno non risponde, ma lo fa d'abitudine. I colleghi ci sono quasi tutti, alcuni per fortuna, altri purtroppo. E voi ci siete? Io si, anche perchè sto scrivendo quindi esisto (scribo ergo sum), ma potrei essere un programma senziente in grado di usare parole scelte in maniera casuale e creare un discorso di senso compiuto...o no? Poi a sentire i discorsi di alcuni personaggi in questi giorni mi sa che ci sono molti programmi senzienti che pescano a caso parole e cercano di comporre discorsi di senso compiuto, che però suonano metallici, come certe vecchie voci artificiali...
Che peccato...i Maya potevano essere più seri e selettivi: far sparire qualche simpaticone/a e lasciare in pace gli altri. Magari c'è qualche altra civiltà scomparsa che ha già pensato a questo, magari per il prossimo anno...magari hanno bisogno di suggerimenti...quasi quasi comincio a stilare una lista...anche voi, sopravvissuti al 21 dicembre? Scampato il pericolo ci si dovrebbe sentire migliori, purificati, forse più umani e buoni...mi sa che con me non ha funzionato...scusate torno alla lista. Auguri a tutti.
B
Friday, December 14, 2012
Novara sotto la neve 2012 (2)
Nevica a Novara. Suona bene, però...cosa ne penserà questo povero cane con cappottino? Smarrito nel parco che non riconosce più con tutta questa roba bianca intorno...e non è borotalco, che lo fa starnutire quando la padrona lo impana dopo il bagnetto...e non è la cocaina che sniffa il padrone di nascosto...nè la farina della con cui si fanno quei dolci cosi buoni...cose queta roba bianca e fredda su cui mi fa senso anche pisciare?Non credo sia una buona idea mettere in testa ad un cagnolino dal muso (stavo scrivendo faccia) simpatico idee umane...magari lui si stava divertendo un mondo godendosi l'attimo, la novità, l'assoluto bianco della mattina.
Ecco, anche un cane ha qualcosa da insegnarmi!
Poi apro il Post e trovo questa striscia di Peanuts...che dire...maktub!
Buoni fiocchi a tutti.
B
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Neve a Novara,
snoopy
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Friday, December 7, 2012
La partita di calcio della fine del mondo
Ho incontrato un vecchio stamattina. Bastone regolamentare nella mano destra, un lungo cappotto principe di Galles come non ne vedevo da anni, sciarpa grigia. Camminava curvo rasente un muro in una via laterale. Gli passo accanto in bici e lo sento mormorare una litania. Parlava da solo. "Normale" penso "lo faccio anche io che ancora vecchio non sono". Ormai è tre, forse quattro metri alle mie spalle, e la mia mano destra stringe il freno. Non so perchè l'ho fatto. Il mestiere, forse. Forse penso che il vecchio sia in stato confusionale, magari si è perso, e se dovesse capitare a me tra qualche anno, mi piacerebbe se qualcuno si fermasse ad aiutarmi. Poi non ho fretta. Avevano previsto neve per oggi, ma c'è un timido sole e me lo voglio godere. Geni da geko. Mi volto "Scusi signore...". Lui si ferma e solleva la testa incoronata da lunghi capelli grigi, ispidi, disabituati al pettine. Gli occhi sono finestre scure incornicate da folte sopracciglia parenti strette dei capelli e della stessa indole. In fondo a quelle finestre un uomo sta tornando indietro da chissà dove per vedere chi sia questo scocciatore in bici. "Mi scusi...ha per caso bisogno di aiuto?". Mi sento al contempo l'uomo più buono del mondo e il più stupido. Il vecchio esita, abbassa un attimo il capo, lo risolleva come un bambino interrogato dalla maestra che si è improvvisamente ricordato la risposta giusta alla domanda di matematica. "Si...si, stò cercando un campo da calcio...". Ecco, bravo uomo-buono-che-si-ferma-in-bici. E adesso che si fà?Faccio il conciliante. "Guardi qui intorno non ci sono campi da calcio...".
Il vecchio mi guarda quasi arrabbiato. "Si, lo so, lo so, me lo ha detto anche mia figlia...ma c'era, me lo ricordo, c'era!!!"
Il vecchio si stà agitando. Scendo dalla bici e mi avvicino sorridente. "Guardi magari è in un altro quartiere...lei dove abita? Sua figlia sa che è qui?"
Gli parlo come ad un bambino, anche perchè sembra un bambino con un viso lungo, affilato, smagrito da qualche farmaco. Dovrei dirmi che fa tenerezza, sembra indifeso, poi penso che vent'anni fa era magari uno di quei bastardi con cui mi scontro quotidianamente e il mio lato tenero torna sulla faccia buia della luna.
Il vecchio riabbassa la testa, sembra più curvo, più stanco.
"Senta...se vuole chiamo sua figlia e magari la può venire a prendere e...".
"No...no...me lo ricordo...lo so, lo so dov'è!" Mentre mi parla agita le mani in segno di diniego. Mi ricorda mia figlia la piccola quando non vuole più la pappa.
Questa idea mi frega. "Senta...e dove sarebbe allora il campo?"
Risolleva la testa: "vicino al palazzo della Marchesa!"
Sospiro e appoggio la bici al muro. Adesso si che sono nei casini. Marchesa? Che marchesa? Ma i nobili non li hanno fatti fuori durante la Rivoluzione Francese? Si, ma qu siamo in Italia? Ah, già, dimenticavo...
"Mi scusi, quale marchesa?" Non posso credere di aver posto questa domanda.
"Ma la MARCHESA!" mi risponde lui meravigliato dalla mia ignoranza "la marchesa Pa*****ni!".
La luce in fondo al tunnel. Una strada a cinquanta metri porta quel nome. Glielo dico. "Si, si, è quella!" Muove la testa dall'alto al basso come un cavallo, come un bambino. Che fregatura essere padre.
"Se vuole l'accompagno."
Eccomi qui: manubrio della bici nella destra, vecchio con bastone a sinistra, pirla al centro.
Il vecchio comincia a raccontare: "Quello era il campo dove la mia squadra giocava...altri tempi, ero un ragazzino bravo sa? Giocavo centravanti..."
"Io giocavo come stopper..." Non mi ascolta, ora è un ragazzino che sogna di diventare un nuovo Mazzola, o un Piola. Arriviamo davanti ad un palazzetto nobiliare con una targa sulla facciata. Il campo doveva essere da queste parti. Il vecchio continua a camminare. Ora sorride e indica col bastone. "Lì, lì! Il campo era lì!"
Forse cinquanta anni fa c'era un campo di calcio accanto ad una chiesa parrochiale. Ora vecchie palazzine leganti. Il Vecchio le guarda, si avvicina alla recinzione in ferro battuto. Con la mano libera vi si aggrappa. Temo non si senta bene. Emozioni deludenti non fanno mai bene. Guarda le palazzine. "Che peccato...che peccato!"
Gli sono alle spalle. "Senta magari sono passati tanti anni..."
Non mi ascolta. Lo sguardo è perso nel vuoto. So che lui sta guardando il campo e due squadre di ragazzini che corrono nel fango.
"Una volta abbiamo giocato contro una squadra di Milano. Loro erano ricchi, con le maglie tutte uguali e nuove. Il presidente era uno ricco, uno molto ricco e suo figlio giocava in squadra...era centravanti come me, piccolo e magro, veloce...ma mica buono come me con i piedi...no, per niente..."
"Il nostro allenatore era il padre di un mio amico, il Fioravanti...lavorava in una fabbrica del presidente della squadra di Milano..."
"Li in fondo c'era lo spogliatoio". Con il bastone mi indica la saracinesca di un garage.
"Uno stanzone freddo e puzzolente...mica come adesso..."
Gli sono accanto ora, guardo anche io dalla finestra del tempo. Mi sembra di vederlo il bambino bianchissimo e magro che era, la riga precisa dei capelli e il freddo nelle ossa. Contento però di giocare a pallone anni dopo la guerra.
"Quel giorno il papà del Fioravanti ci disse di fare attenzione...di non fare fallo sul loro centravanti, sul figlio del padrone, dovevamo giocare puliti, eleganti."
"Io invece ero uno che non aveva paura di niente...tornavo a casa sempre tutto rotto e mia madre non mi faceva neanche entrare in casa..."
"Cominciammo a giocare. Loro erano bravini, passavano sempre la palla al figlio del presidente...che non era buono a fermarla..."
Il vecchio sorride ora. "Appena toccavamo palla noi loro facevano fallo e l'arbitro faceva finta di niente. Poi è arrivato il gol. La loro ala destra ha galoppato per tutto il campo. Bravo, molto bravo. Ha scavalcato il Giorgi, il nostro portierone alto e un pò scemo e poi ha fatto una cosa che ricordo ancora."
"Ha passato la palla al figlio del capo che l'ha portata dentro la porta e ha cominciato ad esultare come un pazzo, urlava..."
"La loro ala destra invece non ha fatto nulla...ha raccolto il pallone e l'ha lanciato al nostro portiere ancora steso a terra."
"Abbiamo ricominciato a giocare, anche se io non ne avevo più voglia...poi, dopo qualche minuto la palla è andata a finire tra le gambe del figlio del presidente...io ero vicino ed elegantemente glielo tolta e ho cominciato a correre come un pazzo...poi ho sentito il fischio...mi sono girato e quello lì era steso a terra urlante...ma io non l'avevo toccato...e l'arbitro che mi fa girare per prendere il mio numero e ammonirmi...io che dicevo che non era vero...non l'avevo toccato..."
"Ho guardato verso la nostra panchina.. il mio allenatore guardava per terra ...mi sono avvicinato e ho visto i suoi occhi arrabbiati...ma io non avevo fatto niente"
La mano del vecchio stringe con tutta la forza di cui è capace la sbarra di ferro fredda ed indifferente a quell'antica ingiustizia.
"Abbiamo ricominciato a giocare. Tutti i loro palloni finivano tra le gambe del figlio del presidente, sorridente ed incapace, che tirava gran bordate da centrocampo o provava passaggi fallimentari. I miei compagni giocavano con timidezza. Nessuno voleva che il padre del Fioravanti avesse guai. Neanche io. Ma il destino è strano"
"Un tiro corto del figlio del presidente mi ha messo la palla al piede. Il centravanti è uno tutto tecnica ed istinto, sa? Ho alzato la testa per guardare dove fossero i miei compagni e ho cominciato a galoppare. E io correvo forte."
Il bastone del vecchio si agita come un puledro.
"Ad un certo punto mi sono sentito tirare per la maglia. Il figlio del presidente si era attaccato alla maglia e tirava calci per togliermi il pallone. L'arbitro guardava e non fischiava."
"Io ero abituato ai calci nelle gambe, io ero un centravanti. Sa quante volte i terzini avversari scommettevano su quanto tempo sarei rimasto in piedi? E io ci restavo sempre, tanto..."
"E cosi correvo con questo attaccato alla maglia, correvo verso la porta mentre tutti restavano fermi. Il portiere avversario mi è venuto incontro per togliermi il pallone dai piedi"
Il vecchio sorride e mostra migliaia di rughe su quella faccia da bambino.
"Troppo lento e pauroso. L'ho scartato e ho segnato. Ho spinto via il figlio del presidente e ho guardato l'arbitro mentre alzavo le braccia al cielo".
"Lui ha guardato verso bordo campo dove un signore con il cappotto e il cappello si manteneva a distanza da un gruppo di persone che guardavano la partita. Il signore ha fatto un cenno con il capo e l'arbitro ha fischiato indicando il dischetto. Gol. Avevo fatto gol!"
"Il figlio del presidente invece era a terra davanti alla porta e urlava che non era gol, era fallo, fallo..."
"Il padre del Fioravanti mi ha chiamato dalla panchina...io ci sono arrivato a testa bassa....mi ha detto di uscire e ha chiamato Giavazzi, il cugino di Luisa, mia moglie. Io non ho protestato. Lui senza guardarmi e quasi senza muovere le labbra mi ha detto "Bravo!", ma io ero troppo triste per capire e sono andato a piangere nello spogliatoio..."
Il vecchio si è girato verso di me, sorridente. "Grazie...grazie per avermi portato qui, mi deve scusare sa...sono vecchio!"
Io scuoto la testa perchè non ho voglia di parlare. Non so se la storia sia vera, ma non importa.
"Sa come si chiamava il figlio del Presidente?"
Ci guardiamo un attimo negli occhi.
"No, ma tanto hanno tutti lo stesso nome...se vuole l'accompagno a casa o chiamiamo sua figlia..."
Mi sorride: "Si, grazie ". E di nuovo la bici a destra, il vecchio a sinistra e il pirla al centro.
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Wednesday, November 28, 2012
Io e la tromba d'aria a Taranto
Non è un mistero per i visitatori di questo blog che io sia un tarantino. Uno nato e cresciuto a Taranto. Uno che l'ha abbandonata anni fa, molti anni fa. Uno che è stato abbandonato da lei anni fa, molti anni fa. Uno che la ama come si può amare una puttana (vedi post omonimo). Pensavo che il mio amore si fosse indebolito, diluito, perso come il mio accento, perso come la mia rabbia carnivora, perso come la luce dei suoi tramonti che esistono solo lì, tra le sue strade animate da un popolo strano e fuoriluogo in questo tempo crudele. Invece, questi giorni tristi dell'ILVA con delinquenti, collusi, corrotti e corruttori, preti sindaci, presidenti e assessori e vendette di mezzeseghe similindustriali, mi hanno fatto capire che io sono ancora un Tarantino, uno che si arrabbia, uno che combatte, uno che risale la china, uno che naviga di bolina stretta. Ascoltando la radio in auto stringevo il volante pensando a tutti i piccoli Tarantini che la storia ha incastrato in una trappola senza apparente via di uscita. "Non mollate, non mollate, non mollate...ribellatevi, non piegatevi, coraggio coraggio..." questo pensavo fermo al semaforo. Un cretino dentro l'unica auto in fila dietro la mia (alle sei del mattino) mi ha suonato appena è scattato il verde. Un cretino frettoloso. Ho staccato il piede dal pedale della frizione, due, tre metri e ho inchiodato tirando il freno a mano. E ho aspettato. Uno stupido terrone direte. Si, è vero. Il cretino ha esitato. Ho contato sino a dieci. Sono ripartito. Lui no. Sono stato uno stupido terrone. Si. In quel momento cercavo qualcuno con cui prendermela. La prossima volta devo pensare che anche l'altro potrebbe essere nella mia stessa condizione. Pazienza, è andata così. La rabbia è una cattiva consigliera. Poi stamattina, nella tarda mattinata, la mia donna mi ha mandato un sms. "Amore è successo qualcosa di brutto a Taranto chiama tua madre".
Torno in studio, sito di Repubblica...tromba d'aria a Taranto...danni...feriti...un disperso...gru divelta e scagliata in mare. Guardo un video, riconosco la zona, l'accento e vedo questa nuvola enorme e nera che ruota come un dito di Dio che voglia schiacciare un pidocchio. Vedo lampi ed esplosioni da film e vedo la tromba d'aria che si sposta urlando. E mi accorgo che sono ferito. Dentro. La porta dello studio è chiusa. Una lacrima si decide a uscire senza che me ne accorga. E' salata sulla labbra. Penso. "E ora che cos'altro potete farci? Siamo gli ultimi in tutte le classifiche, dove potete retrocederci?"
Un altro video del porto, auto accatastate, voci di gente in auto, dialetto, tra le parole sento sciolta la paura e questo mi fa male.
Non vivo li da secoli, ma una parte di me non è mai andata via, mai, e non ci posso fare niente.
Ora Tarantini, ultimi degli ultimi, sopravvissuti di un altro tempo, navigatori di guai, non mollate, non mollate, non mollate, per i vostri figli, per i nostri figli e per noi, per le donne senza denti che ho visto in un docufilm l'altro giorno, per tutti gli sconfitti come noi, non mollate. Fratelli miei neanche i tornadi possono spezzarci, alzate la testa e guardate oltre le ciminiere, oltre tutto. Coraggio fratelli miei non vi arrendete.
B
Torno in studio, sito di Repubblica...tromba d'aria a Taranto...danni...feriti...un disperso...gru divelta e scagliata in mare. Guardo un video, riconosco la zona, l'accento e vedo questa nuvola enorme e nera che ruota come un dito di Dio che voglia schiacciare un pidocchio. Vedo lampi ed esplosioni da film e vedo la tromba d'aria che si sposta urlando. E mi accorgo che sono ferito. Dentro. La porta dello studio è chiusa. Una lacrima si decide a uscire senza che me ne accorga. E' salata sulla labbra. Penso. "E ora che cos'altro potete farci? Siamo gli ultimi in tutte le classifiche, dove potete retrocederci?"
Un altro video del porto, auto accatastate, voci di gente in auto, dialetto, tra le parole sento sciolta la paura e questo mi fa male.
Non vivo li da secoli, ma una parte di me non è mai andata via, mai, e non ci posso fare niente.
Ora Tarantini, ultimi degli ultimi, sopravvissuti di un altro tempo, navigatori di guai, non mollate, non mollate, non mollate, per i vostri figli, per i nostri figli e per noi, per le donne senza denti che ho visto in un docufilm l'altro giorno, per tutti gli sconfitti come noi, non mollate. Fratelli miei neanche i tornadi possono spezzarci, alzate la testa e guardate oltre le ciminiere, oltre tutto. Coraggio fratelli miei non vi arrendete.
B
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